Storie di vita

Piccole onde leggere – canzone del mare a bocca asciutta

Io sono nato a Venezia e il mare è sempre stato importante per me.
Sarà che la prima volta che sono stato costretto a fare l’amore è stato proprio su una spiaggia di autunno, in una capanna che Paola mi ha obbligato a scassinare per entrare.
Poi, più avanti nel tempo, se non c’erano capanne, noleggiavo cinque o sei ombrelloni per costruirne una io stesso, gustando la faccia stupita e allarmata della mia compagna che, ignara di cosa la aspettava, pensava che fossi impazzito, più del solito.
Come è vero che il primo bel sedere di ragazza che ho potuto tenere tra le mani senza essere picchiato e denunciato è stato quello di Giorgia che rideva tanto quando le spiegavo che era solo per aiutarla a uscire dall’acqua e a risalire sulla diga da cui ci tuffavamo.
Poi ho capito che dovevo trovare una morosa la cui famiglia avesse già una propria capanna al mare. Bello, però ogni tanto anche i suoi volevano usarla per cambiarsi così scoprii che potevo noleggiare un pedalò e portarlo lontano da riva, abbastanza perché non si potesse capire che non stavamo prendendo il sole uno sopra l’altro.
Certo non dovevo più mettere il costume rosso, o almeno dovevo togliermelo per l’occasione, come gentilmente mi consigliò il bagnino con binocolo dopo la nostra prima uscita.
Quando l’acqua era calda si poteva fare anche a due passi dalla riva, però lento lento lento, se no andava bene anche sulla spiaggia, sempre di giorno, ma dietro le dune e i cespugli, purché non fossero proprio quelli a fianco del bar, come ci fece notare una gentilissima cameriera.
Che poi una in spiaggia libera si infilasse sotto l’asciugamano con cui cercavo di proteggere la mia innocenza, facendolo misteriosamente muovere su e giù, o che mi buttasse a forza dentro un sottoportico di città per controllare se la magia funzionava ancora, be’, sempre mare attorno c’era.
Così come tra le calli di Venezia, aggrappati ai muri, ma anche di fretta sulle saracinesche rumorose, come sui terrazzini e sulle altane stellate, sui giochi dei giardini, nei portoni di Carnevale, sui pontili dondolanti e lungo le rive di notte, nascosti più o meno dal buio, magari con la luna piena a guardarci miagolare, sì, sempre circondati e invasi dal mare eravamo.
Ecco perché questa canzone “Piccole onde leggere” mi piace tanto. È la versione poetica, romantica e sognatrice di quanto sopra. Una specie di alibi insomma 😉
Una storia in cui perfino il mare resta a “bocca asciutta”.


Piccole onde leggere
accarezzano scogli dorati
baciano adesso i tuoi piedi
e li lasceranno salati

Il sole che sale nel cielo
è un sogno che si lascia cadere
pioggia di luce e il tuo viso
così bello da vedere

Il tempo che non ha più parole
è qui senza bussare
ha il ritmo delle tue ciglia
che mi distrae e non mi fa pensare


Si sciolgono i tuoi capelli
in quest’aria che sa di mare
anemoni si muovono lenti
tanto io non so più scappare

dagli orizzonti della tua pelle
calda come terre africane
e s’è di cedri e d’arance che ho sete
è solo di te che ho fame

Il tempo che non ha più parole
è qui senza bussare
ha il ritmo delle tue ciglia
che mi distrae e non mi fa pensare




Piccole onde leggere
accarezzano scogli argentati
cercassero adesso i tuoi piedi
so io quanto sono salati

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